il business dei porci

il business dei porci

davide ferrari - 25 luglio 2002

La Pianura Padana sta assistendo ad un fenomeno manifestatosi in tutta la sua complessità a partire dai primi anni novanta del secolo appena scorso, che evidenzia un cambio radicale in campo agro-zootecnico, una inversione di tendenza di rilevanza epocale del settore produttivo primario; ad una diminuzione graduale degli allevamenti di bovini e tipologie di sfruttamento del territorio ad essi legato corrisponde di contro un aumento del carico di bestiame suinicolo e dei necessari foraggi e mangimi.

Non passa giorno senza che dai media i governanti affermino la necessità di una agricoltura sostenibile, che punti sulla qualità, indicando la strada verso l’unico modo per salvare dalla concorrenza del mercato globale, i prodotti tipici nazionali e locali.
Ma mentre da un lato si esalta la peculiarità certificata del latte e derivati, nonché della carne selezionata, dall’altra si lascia campo libero alle imposizioni dei gruppi industriali che hanno sradicato in un brevissimo lasso di tempo il vecchio mestiere agricolo nostrano.
Logico. Il maiale è il nuovo affare su cui investire il Grande Capitale, perché cresce veloce, ingozzandosi a sazietà, e nel contempo non risente di eventuali sbalzi di Borsa che riguardino i mangimi (il caso della “Mucca Pazza” è emblematico), se del caso basta cambiare la dieta. Il maiale certo non teme il Nucleo Anti Sofisticazione perchè non sottoposto a stretta sorveglianza sanitaria come il bovino.
A parte i prodotti Doc, che pure esistono anche per i suini, in minima quantità rispetto alla esorbitante produzione, il resto è carne senza nome: prelibatezze da MacDonald’s ed affini.

Così, nella Bassa Pianura, Bresciana, ma anche Mantovana e Cremonese, mentre continuano le sagre dei buongustai, i grandi interessi economici, spesso con il beneplacito normativo dei vari organi competenti a contrastarne devastanti impatti ambientali ed antropici, si preparano ad alzare il tiro, proponendo megaimpianti da 80-100 mila maiali(!), uno standard considerato finanziariamente concorrenziale.
Veri e propri attentati terroristici o bombardamenti in “stile americano” sul paesaggio, sul suolo, sulle colture, sui corsi idrici di superfice e di falda, naturalmente ben coperti dalla solita stantia manfrina della crescita economica vecchio stampo, cioè mera valutazione del Pil, senza mettere nel conto costi e “benefici” in termini generali di salvaguardia della salute e quindi degli ecosistemi ad essa necessari e strettamente connessi.
Nella Bassa Bresciana, dove prima le quote latte e poi la mucca pazza hanno disastrato l’economia agricola “tipica”, gruppi mangimistici si sono gradualmente sostituiti all’incapacità politica di risolvere le problematiche specifiche territoriali, offrendosi di soccorrere gli allevatori di bovini trasformandoli in allevatori di suini.
Fin qui niente da eccepire, se nonché l’operazione, all’attento osservatore, si configura quale una subdola speculazione, che olezza di truffa lontano chilometri di piatta pianura, togliendo agli stanziali la possibilità di pianificare una nuova valorizzazione del settore, biologica, ecocompatibile, condivisa e diffusa, oltre che, spesso, l’indipendenza economica, riducendoli nella maggioranza dei casi a semplici stipendiati in casa propria, attraverso la fornitura di animali piccoli e mangime pronto, a condizione di ritiro delle bestie per il macello a prezzo precedentemente concordato.
Il mercato “manovrato” funziona che è una meraviglia, perché i grandi impianti di macellazione chiedono carne a non finire, con la complicità generalizzata di certa martellante pubblicità (l’anima sporca del commercio).
Sicuro, gli orrori alimentari degli anni ottanta sono acqua sporca passata sotto i ponti, ma ancora ne scorre, all’apparenza più limpida, ma se possibile ancora più avvelenata, perché una certa sensibilità ai problemi legati ad un modello di Sviluppo Sostenibile dovrebbe cominciare a dare i primi frutti, invece niente, ritardi su ritardi, lasciando che gli effetti più nefasti della globalizzazzione continuino ad assommarsi.

Il granturco per animali è seriamente controllato, ma l’ignaro allevatore non riconosce nemmeno più le bestie che alleva, tra incroci ed ibridi vari, e cosa dà loro da mangiare. Chiedete alla inesauribile saggezza dei nonni se ancora esiste il maiale padano, nostrano, tirato su a ghiande e pastoni fatti di rifiuti alimentari umani riciclati, dalla carne dura e dai salami che profumano ancora certe umide stanze di cascinali oramai diroccati o trasformati in anonimi alveari residenziali.
No, oggi ci sono razze nuove, più produttive, olandesi, belghe, inglesi…, roba di prima classe.
La logica intensiva dell'allevamento, vige suprema, nessun estraneo, potenziale portatore di microbi e batteri, nonché di probabili maldestri movimenti delle aperture, può entrare, potrebbe essere la rovina. La temperatura deve rimanere costante. Il mercato reclama la magrezza esasperata delle carni, non c’è posto per il naturale grasso che protegge dagli sbalzi termici, è più redditizio una protezione tramite l’abuso massiccio di antibiotici.
Quanto sopra esposto è ben evidenziato dalle analisi condotte nel 2000 dall’Osservatorio Agroalimentare Lombardo, sintetizzato dalla Tabella A più sotto riportata, rispetto al 1990, l’ incremento regionale nel settore suinicolo dei capi allevati si attesta su una percentuale del 33,5%, di contro ad una vero e proprio crollo del numero di aziende di settore, pari a –55,4%. Il trend di crescita si è concretizzato marcatamente nelle province di Brescia, Mantova, Cremona, ove si registra la maggior concentrazione di suini allevati, dovuta all’intensivizzazione del settore, capace di produrre circa un terzo del totale nazionale, specie per quanto riguarda il cosiddetto "suino pesante".

Tabella A
CONSISTENZA SUINICOLA IN LOMBARDIA (2000)

“Nella lettura del dato si deve tener presente che il censimento fotografa la situazione di un giorno, quello in cui il censimento viene appunto effettuato. È quindi forzatamente viziato da una sottostima del numero di capi effettivamente prodotti invece nel corso di un’intera annata, soprattutto per quanto riguarda gli allevamenti a ciclo breve come, maiali, conigli, polli ecc.. Per avere un’idea dell’effettiva consistenza del settore suinicolo lombardo dovremo aggiungere al dato censuario 400.00 500.000 capi.”

Conseguenze territoriali dello smaltimento dei liquami zootecnici

Come già si accennava precedentemente, risulta evidente ed improcrastinabile la necessità di migliorare le attuali linee di programmazione territoriale riguardante il settore dell’allevamento suinicolo, così come si è evoluto soprattutto nell’ultimo decennio.

A tutt’oggi, nonostante le reiterate denunce e proteste portate avanti sia dagli ambientalisti che dai singoli cittadini, i quali davanti a quotidiani scempi, causati per lo più da una prassi, quasi generalizzata, criminale ed inquinante, riguardante lo smaltimento dei reflui zootecnici, condotta al costo di enormi danni ecosistemici, la situazione di assoluta emergenza ambientale non è ancora stata analizzata in modo adeguato, al fine di proporre diverse possibilità di sviluppo, senza creare quella rottura tra l’allevamento e la terra che sta alla base di un equilibrato rapporto con il territorio.

Se al dato di fatto che le province lombarde, sono a livello mondiale fra le più industrializzate ed urbanizzate, si somma una pratica agronomica concausa di elevati concentrazioni di composti nitrici, favoriti dal clima umido e dalle frequenti piogge, nelle acque, si delinea uno scenario quantomeno inquietante.
Quotidianamente, le rogge e i fiumi padani si sporcano di nauseabondi concentrati di scorie biologiche, scaricati da “signori”, sempre più esperti di settore, quanto incuranti del bene collettivo, inquinando senza ritegno alcuno, ed il più delle volte senza nemmeno complicazioni giudiziarie o amministrative, ciò che di più prezioso esiste sulla Terra, il bene acqua, distruggendo fauna e flora autoctona, biodiversità e qualità del paesaggio, a ritmo incessante.

Le pressioni ambientali maggiormente legate al fenomeno, oramai di pratica diffusa, sono quindi legate precipuamente all’ inquinamento delle acque ed alla degradazione del suolo, che meritano una breve ma significativa disamina.
Per quanto riguarda i corpi idrici, i principali inquinanti e loro conseguenze impattanti negative della attività agraria-zootecnica sono rappresentati sinteticamente dall’ eccessiva concentrazione nei terreni e nei vegetali di fosforo e azoto, causa di fenomeni di eutrofizzazione, dall’erosione da ruscellamento superficiale che intorbida corsi d’acqua superficiali con i sedimenti, alterandone processi naturali biologici, chimici e fisici, dalla diffusione di batteri che assommata alla forte concentrazione di metalli pesanti, quali rame e zinco, causano un peggioramento biologico fino a superare il limite di sopportazione di tossicità degli organismi viventi.
Anche il suolo non è esente da gravi inconvenienti, legati soprattutto al fenomeno erosivo, dovuto al carico insostenibile dei reflui dilavati dalle piogge, all’impoverimento di sostanza organica fertilizzante e stabilizzante dei terreni, alla presenza più che eccessiva di carbonati, cloruri e solfati (sodio, calcio, magnesio), altamente tossici per la flora e fauna interessata.

Certo esistono Leggi, Regolamenti e Direttive deputate al controllo del fenomeno, ma evidentemente non basta. Passando via via attraverso la Legge “Merli” del ‘76, dalla Direttiva Nitrati CEE del ‘91, dal Codice di Buona Pratica Agricola del ’94, dalla Legge Regionale n°37 del ’93, modificata nel ’96 mirata ad una gestione metodologica corretta delle scorie zootecniche, fino ad arrivare al Decreto Legislativo n°152 del’99, abrogativo delle precedenti norme e divenuto il Testo Unico in materia, che propone per certi versi un nuovo modo di legiferare, più legata alle peculiarità dei luoghi, attraverso un sistema di valutazione ambientale della effettiva capacità di assorbimento ecosistemico dei carichi inquinanti.

Non basta. Il Bel Paese è pieno zeppo di leggi, di difficile applicazione, sia per cultura generalizzata, che per moltitudini di cavilli e fumosità delle stesse, che prestano il fianco a varie e disparate interpretazioni. Non a caso se si aprono le Pagine Gialle, il maggior numero di esse è occupato dagli avvocati. Brutto segno. Inutile quindi sbandierare trattati, carte magne, accordi ambientali a livello internazionale, se non si punta decisamente verso una pratica generalizzata per il raggiungimento degli obbiettivi prefissi. Si sta rischiando ad ogni giorno che passa, correndo sul filo del rasoio di un agire comune miope ed autodistruttivo, di ferire a morte e senza possibilità di guarigione, questa terra che è di tutti e di nessuno, che è l’unica che abbiamo, che è l’unica di cui le generazioni future potranno godere o disperarsi. Non è catastrofismo a buon mercato, è il semplice e lineare perpetrarsi di una fitta rete di intrecci che è la vita reale.